Decio
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| Decio | |
|---|---|
| Imperatore romano | |
| Nome originale | Gaius Messius Quintus Traianus Decius |
| Regno | 249 - 1o luglio 251 (da solo) 251 (con Erennio Etrusco[1]) |
| Tribunicia potestas | 3[2]/(4?[3]) volte: la prima attorno alla meta del 249, poi rinnovata ogni anno al 10 dicembre |
| Cognomina ex virtute | 3 volte:[3] Parthicus Maximus (nel 250),[4] Germanicus Maximus (nel 250),[3][5] Dacicus Maximus[5][6] e Restitutor Daciarum[7] (nel 250). |
| Titoli | Pater Patriae, Pius e Felix nel 249.[8] |
| Salutatio imperatoria | almeno 2[3]/3 volte: la prima al momento dell'ascesa al trono, poi nel 250 (II[3] e III[6]) |
| Nascita | 201 Budalia[9] (presso Sirmio[1]) |
| Morte | 1o luglio 251 Abrittus |
| Predecessore | Filippo l'Arabo |
| Successore | Treboniano Gallo Ostiliano |
| Consorte | Erennia Cupressenia Etruscilla |
| Figli | Erennio Etrusco Ostiliano |
| Consolato | 3 volte:[3][8] nel 232, 250[10] e 251.[11] |
| Legatus Augusti pro praetore | Mesia inferiore negli anni 230 |
| Pontificato massimo | nel 249[8] |
"}},"i":0}}]}">Gaio Messio Quinto Traiano Decio (in latino Gaius Messius Quintus (Lucius?[12]) Traianus Decius (Valerianus?[13]); Budalia, 201 - Abrittus, 1o luglio 251) e stato un imperatore romano dal 249 fino alla morte, avvenuta insieme al figlio Erennio Etrusco durante la battaglia di Abrittus, cosicche il suo regno duro per soli due anni[9].
Durante il suo regno, Decio cerco di risollevare le sorti dell'Impero, caduto nella crisi del III secolo, affidandosi al ripristino della tradizione romana, ma la sua scelta non fu adatta ad uno Stato che stava cambiando rapidamente. Sebbene avesse ben chiara la situazione e la soluzione scelta, mostro, nel momento del bisogno, di non essere abbastanza versatile. La sua politica religiosa conservatrice fraziono l'Impero, ed egli stesso, a differenza degli altri imperatori del periodo dell'anarchia militare, non fu in grado di contrastare i pericoli portati dalle invasioni germaniche. La sua tragica morte in battaglia, per quanto eroica, dimostra i limiti del suo giudizio.[14]
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Le fonti storiche per la vita di Decio sono frammentarie e non permettono di ricostruire con certezza ne la storia del suo regno ne le sue origini, sebbene lo si ritenga appartenente alla gens Decia. Lo storico Sesto Aurelio Vittore lo descrive come un militare di carriera di origine illirica,[1] precursore dunque dei cosiddetti Imperatori illirici. Durante il regno di Massimino Trace (235-238) fu probabilmente legatus Augusti pro praetore nella provincia della Spagna Tarraconense.[15] La Historia Augusta non contiene, purtroppo, un libro a lui dedicato, anche se brani che lo riguardano sono contenuti nelle biografie degli altri imperatori. Altre fonti sono Zosimo, Giovanni Zonara, Eutropio, Giordane e Polemio Silvio, oltre agli scrittori cristiani come Socrate Scolastico e Lattanzio, tutte utili a ricostruire le cosiddette "persecuzioni deciane".
Origini familiari
[modifica | modifica wikitesto]Nato come Gaio Messio Quinto Decio a Budalia, un piccolo centro non troppo distante dalla citta di Sirmio (l'odierna Sremska Mitrovica, in Serbia), nella provincia romana della Pannonia Inferiore, sotto la dinastia dei Severi (probabilmente nel 201), fu il primo di una lunga serie di imperatori originari dell'Illyricum. La sua famiglia, forse di origine italica e probabilmente imparentata con la gens Decia, era provinciale, benche appartenente all'aristocrazia senatoriale.[16] Prima di salire al trono sposo Erennia Cupressenia Etruscilla, una donna di rango senatoriale, da cui ebbe i figli Erennio Etrusco e Ostiliano.
Carriera politica ed ascesa al potere
[modifica | modifica wikitesto]La sua carriera non e nota, ma si sa che alla meta degli anni 230 era governatore della Mesia inferiore;[17] probabilmente era anche entrato nel Senato romano. La fortuna di Decio fu che, alla fine degli anni 240, la Mesia e la Pannonia furono messe sotto pressione dalle popolazioni barbariche oltre confine, in particolare Gepidi e Goti, e fu il teatro della rivolta di Pacaziano.
Nel 248 una nuova incursione di Goti, ai quali era stato rifiutato il contributo annuale promesso da Gordiano III, e di Carpi loro associati, porto ancora una volta devastazione nella provincia di Mesia inferiore. La fonte di dubbia veridicita riporta:
(Giordane, De origine actibusque Getarum, XVI, 1-3.)
L'invasione alla fine fu, quindi, fermata da Decio Traiano presso la citta di Marcianopoli, che era rimasta sotto assedio per lungo tempo. La resa fu anche possibile grazie ad una tecnica ancora rudimentale da parte dei Germani in fatto di macchine d'assedio.
L'anno successivo, nel 249, l'imperatore Filippo l'Arabo invito Decio a recarsi, ancora una volta, nella regione a sedare i fautori della rivolta di Tiberio Claudio Marino Pacaziano in Mesia e Pannonia, e a riportarne l'ordine.[18] Zosimo racconta, infatti, che Filippo, turbato dalle numerose rivolte scoppiate un po' ovunque l'anno precedente, chiese aiuto al Senato per meglio affrontare la situazione, anche accettando di essere deposto, qualora non fossero d'accordo con il suo operato.[16] E poiche nessuno rispondeva in merito, Decio, uomo di nobile famiglia e dignita, stimato e dotato di grandi virtu, replico che le sue preoccupazioni erano prive di fondamento.[16] E benche quanto previsto da Decio si verificasse puntualmente e tutte le rivolte venissero sedate senza molta fatica, Filippo continuava ad essere preoccupato, conoscendo l'odio dei soldati delle regioni dove erano scoppiate le rivolte.[19] Esorto, quindi, Decio a prendere il comando delle province di Mesia e Pannonia, ed a punire coloro che avevano sostenuto Pacaziano.[19]
Quali che fossero queste ragioni, Decio accetto l'incarico e, accompagnato dal figlio Erennio Etrusco fatto Cesare,[9] si reco in Mesia:[1] qui, probabilmente, prese il comando della Legio IIII Flavia Felix e della XI Claudia. Prima che giungesse allo scontro, Pacaziano fu ucciso dai propri soldati, che avevano compreso di avere poche speranze contro le truppe di Decio; convinti dell'incapacita di Filippo di gestire la crisi della frontiera da lontano, spinti dal timore della punizione per la loro rivolta e attratti dalle possibilita di arricchimento collegate all'elezione di un nuovo imperatore, i soldati delle armate pannoniche (tra cui la Legio X Fretensis)[20] acclamarono Decio imperatore, avendo lo stesso non solo una miglior esperienza politica, ma anche militare, dello stesso Filippo (primavera del 249).[21] Decio, ricevuto dai soldati, fu costretto ad assumere la porpora imperiale.[22]
Secondo la tradizione, che predilige i sovrani che accettano malvolentieri il potere, Decio ribadi la propria lealta a Filippo, ma questi decise di abbatterlo, riunendo le sue legioni e marciando contro di lui; del resto Decio aveva un sostegno ben maggiore di Filippo, sia presso l'esercito danubiano, che preferiva avere l'imperatore con se piuttosto che a Roma, sia nel Senato romano, che preferiva certamente un proprio membro ad un soldato di origini straniere.[22]
I due eserciti si scontrarono presso Verona all'inizio dell'estate. Decio riusci a battere Filippo, grazie alla miglior abilita tattica. L'imperatore, sembra, cadde sul campo[23] (non e chiaro se in battaglia o per mano dei suoi stessi soldati, desiderosi di ingraziarsi il nuovo imperatore). Quando la notizia raggiunse Roma, Severo Filippo, l'erede undicenne di Filippo, nominato Cesare, fu a sua volta assassinato, sgozzato,[23] dalla guardia pretoriana. In questo modo Decio ottenne il potere imperiale.[23]
Regno
[modifica | modifica wikitesto]Politica interna
[modifica | modifica wikitesto]| Decio: aureo[24] | |
|---|---|
| IMP C M Q TRAIANVS DECIVS AVG, testa con corona d'alloro, indossa una corazza; | VICTORIA AVGG, la Vittoria che avanza verso sinistra, tiene una corona nella destra ed una palma nella mano sinistra. |
| 4.31 gr; coniato nel 249/250. | |
Il potere di Decio ebbe le proprie basi nell'aristocrazia senatoriale e nell'esercito, e ad entrambi si presento come il restauratore della tradizione, tramite un'opportuna propaganda e riprendendo quei tratti del princeps che richiamavano la tarda Repubblica e il primo Impero.
Dal punto di vista politico, Decio rivaluto le cariche repubblicane. Assunse per se il consolato per ciascun anno del proprio regno; ripristino la magistratura della censura nominando Publio Licinio Valeriano censore; assunse personalmente il comando delle truppe sul campo di battaglia e conferi onori ai soldati indipendentemente dal loro rango.
Si richiamo agli Imperatori adottivi, assumendo il nome Traiano in onore e in riferimento all'imperatore considerato uno dei migliori della storia romana (Optimus princeps), sia in campo militare che civile; la scelta non poteva essere piu oculata, in quanto Traiano, come Decio, era stato comandante della Germania Superiore prima della sua elevazione al trono. Riprese, dopo vent'anni, un programma di edilizia pubblica a Roma: restauro il Colosseo danneggiato da un terremoto e fece costruire le sontuose terme Deciane sull'Aventino.[1][9]
Cerco, infine, di dare vita ad una dinastia, come aveva fatto Filippo prima di lui: i figli Erennio Etrusco e Ostiliano ricevettero il titolo di cesare, con Erennio poi elevato al rango di augusto nel 251; Erennia Cupressenia Etruscilla fu invece nominata augusta.
Politica religiosa e persecuzione dei cristiani
[modifica | modifica wikitesto]Elementi fondamentali della sua politica di restaurazione furono la promozione della religione romana tradizionale e la repressione dei nuovi culti, soprattutto il cristianesimo, visto come un pericolo politico, visto che non riconosceva il "genius" dell'imperatore come divinita. Subito dopo il suo insediamento Decio fece arrestare diversi esponenti del clero cristiano e, nel gennaio 250, fece giustiziare papa Fabiano.[25]
Nel marzo-aprile 250 Decio emise un editto che ordinava a tutti i cittadini dell'impero di offrire un sacrificio pubblico agli dei e all'imperatore (formalita equivalente ad una testimonianza di lealta all'imperatore e all'ordine costituito). Decio autorizzo delle commissioni itineranti a visitare le citta e i villaggi per supervisionare l'esecuzione dei sacrifici e per la consegna di certificati scritti a tutti i cittadini che li avevano eseguiti (molti di questi libelli sono stati ritrovati in Egitto[26]). A coloro che si rifiutarono di obbedire all'editto fu mossa accusa di empieta, che veniva punita con l'arresto, la tortura e la morte. Questo editto costituisce la prima persecuzione sistematica contro i cristiani.
Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea afferma che Decio prese questa decisione contro il proprio predecessore Filippo l'Arabo; altri ritengono che piu probabilmente si tratto di una politica volta a restaurare la tradizionale pietas pubblica, un altro dei tasselli della restaurazione della tradizione voluta da Decio. Decio in effetti si fa raffigurare nelle monete con la corona radiata di Helios e nelle statue in veste di Ercole. Questa decisione pero ebbe un impatto notevole sulle emergenti comunita cristiane, specie quella di Roma, fino a causare delle divisioni interne: in conseguenza alla persecuzione nacque ad esempio il movimento dei Novaziani,[27] mentre la diatriba sulla natura di Cristo si puo far risalire a questa epoca.[28]
Il vescovo Cipriano di Cartagine spiega che le autorita non miravano tanto a fare martiri quanto ad ottenere l'apostasia con le prigioni e la tortura; l'editto ebbe un notevole successo: gran parte dei fedeli abiuro (venendo definiti pertanto lapsi) , in alcune regioni in massa. I vescovi tollerarono tali defezioni, volendo salvare la vita ai fedeli.
In Egitto, Africa ed Anatolia numerosi fedeli fuggirono in massa fuori dalle citta, rifugiandosi nei deserti e sui monti. Tra questo vi fu il vescovo Dionisio di Alessandria e Cipriano di Cartagine.[29] Di solito, passato il pericolo della persecuzione, tutti costoro si presentavano come penitenti per ottenere il perdono e il rientro nella societa dei cristiani, che pero non sempre poteva essere accordato[30].
Le vittime furono, in ogni caso, centinaia[29] papa Fabiano ed i vescovi Babila di Antiochia e Alessandro di Gerusalemme furono tra i primi ad essere arrestati ed a subire il martirio. Tale persecuzione sorti, tra l'altro, l'effetto di impedire per sedici mesi l'elezione del nuovo vescovo di Roma, successore di Fabiano.
Fortunatamente per i cristiani e gli altri culti perseguiti, la persecuzione duro appena 18 mesi e si concluse con la morte dell'imperatore nel 251.
Difesa dei confini
[modifica | modifica wikitesto]| Decio: Antoniniano[31] | |
|---|---|
| IMP CAE TRA DECIVS AVG, testa con corona radiata, indossa una corazza; | VICTORIA GERMANICA, Decio a cavallo verso sinistra, alza la mano destra e tiene uno scettro nella sinistra; a sinistra la dea Vittoria avanza verso sinistra, tiene un ramo nella destra ed una palma nella sinistra. |
| 3.33 gr, 12 h; coniato nel 251 (zecca di Roma antica). | |
Oltre a doversi impegnare in un programma di politica interna volto a rafforzare lo Stato, Decio dovette difendere l'Impero dalle forze, interne ed esterne, che tendevano a disgregarlo. Si racconta, infatti, che alla fine del 249, l'aver sguarnito le difese dell'area balcanica, per combattere Filippo a Verona, permise, ancora una volta, a Goti e Carpi di riversarsi nelle province di Dacia, Mesia inferiore, Tracia, fino alla Macedonia.[32] Sembra infatti che i Goti, una volta passato il Danubio ghiacciato, si divisero in due colonne di marcia. La prima orda si spinse in Tracia fino a Filippopoli (l'odierna Plovdiv), dove assediarono il governatore Tito Giulio Prisco; la seconda, piu numerosa (si parla di ben settantamila uomini[33]) e comandata da Cniva, si spinse in Mesia inferiore, fino sotto le mura di Novae.[34]
Frattanto, l'usurpazione di Iotapiano, che era iniziata sotto Filippo l'Arabo, ebbe fine poco dopo l'ascesa al trono di Decio: furono probabilmente gli stessi uomini dell'usurpatore a ucciderlo e a mandarne la testa a Roma, all'imperatore, nell'estate del 249.[32]
Nel 250 Decio fu costretto a fare ritorno sulla frontiera del basso Danubio, per affrontare l'invasione compiuta l'anno precedente dei Goti di Cniva. Si trattava di un'orda di dimensioni fino ad allora mai viste in quella parte dell'impero, coordinata inoltre con i Carpi che assalirono la provincia di Dacia.[35][36] Cniva, respinto da Treboniano Gallo presso Novae, condusse le sue armate sotto le mura di Nicopoli.[37] Frattanto Decio, venuto a conoscenza della difficile situazione in cui si trovava l'intero fronte balcanico-danubiano, decise di accorrere personalmente: prima di tutto sconfisse e respinse dalla provincia dacica i Carpi, tanto che all'imperatore furono tributati gli appellativi di "Dacicus maximus",[6] e "Restitutor Daciarum" ("restauratore della Dacia").[7]
L'imperatore era ora deciso a sbarrare la strada del ritorno ai Goti in Tracia e ad annientarli per evitare che potessero ancora riunirsi e sferrare nuovi attacchi futuri, come narra Zosimo.[38] Lasciato Treboniano Gallo a Novae, sul Danubio,[39] riusci a sorprendere ed a battere Cniva mentre questi stava ancora assediando la citta mesica di Nicopoli. Le orde barbariche riuscirono pero ad allontanarsi e, dopo aver attraversato tutta la Penisola balcanica, attaccarono la citta di Filippopoli. Decio, deciso ad inseguirli, subi pero una cocente sconfitta presso Beroe Augusta Traiana (l'attuale Stara Zagora):
(Giordane, De origine actibusque Getarum, XVIII, 2.)
La sconfitta inflitta a Decio fu tanto pesante da impedire all'imperatore non solo la prosecuzione della campagna, ma soprattutto la possibilita di salvare Filippopoli che, caduta in mano ai Goti, fu saccheggiata e data alle fiamme. Del governatore della Tracia, Tito Giulio Prisco, che aveva tentato di proclamarsi imperatore (chiedendo aiuto agli stessi Goti),[32] nessuno seppe piu nulla[35][37][40] e comunque fu dichiarato "nemico pubblico" dal Senato.[41] A Roma, intanto, Giulio Valente Liciniano si ribello col sostegno dell'aristocrazia senatoriale e di parte del popolo, ma fu ucciso pochi giorni dopo (250).[41]
L'anno successivo (nel 251), la monetazione imperiale celebro una nuova "vittoria germanica", in seguito alla quale Erennio Etrusco fu proclamato augusto insieme al padre Decio. I Goti, che avevano trascorso l'inverno in territorio romano, in seguito a questa sconfitta offrirono la restituzione del bottino e dei prigionieri a condizione di potersi ritirare indisturbati. Ma Decio, che aveva ormai deciso di distruggere quest'orda di barbari, preferi rifiutare le proposte di Cniva e sul cammino del ritorno dispose le sue armate ed impegno il nemico a battaglia nei pressi di Abrittus, in Dobrugia.
Secondo la versione di Zosimo, la fine di Decio fu causata dal tradimento di Treboniano Gallo:
(Zosimo, Storia nuova, I, 23.2-3.)
Decio aveva cinquant'anni circa e regnava da tre: fu il primo imperatore romano morto in battaglia contro il nemico. Rimase imperatore il figlio minore, Ostiliano, il quale fu a sua volta adottato dall'allora legato delle due Mesie, Treboniano Gallo, a sua volta acclamato imperatore in quello stesso mese. Gallo, accorso sul luogo della battaglia, concluse una pace poco favorevole con i Goti di Cniva: non solo permise loro di tenersi il bottino, ma anche i prigionieri catturati a Filippopoli, molti dei quali di ricche famiglie nobili. Inoltre, furono loro garantiti sussidi annui, dietro alla promessa di non rimettere piu piede sul suolo romano.[36][40][42] Ma Ostiliano, rimasto a Roma, dopo essere stato associato al trono da Treboniano, mori poco dopo per cause naturali.
Titolatura imperiale
[modifica | modifica wikitesto]Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 4 5 Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 1.
- | CIL II, 6229.
- 1 2 3 4 5 6 AE 1942/43, 55.
- | CIL VIII, 10051.
- 1 2 Lendering, Jona, "Decius" Archiviato il 21 settembre 2012 in Internet Archive., Livius.org
- 1 2 3 CIL II, 6345; CIL 2, 4949 (p 998); CIL 2, 4957 (p. 998, 1057).
- 1 2 CIL III, 1176.
- 1 2 3 CIL XVI, 154.
- 1 2 3 4 Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, IX, 4.
- | AE 1933, 113; AE 2006, 1096.
- | CIL VI, 31129.
- | AE 1966, 217.
- | Miliari Hispanico 367, CIL II, 3588 e CIL II, 4816.
- | Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 4-5.
- | Miliari Tarraconensis 106; CIL II, 4831; Miliari Hispanico 461; Miliari Tarraconensis 268; CIL II, 4886; CIL II, 4756 (p XLIX, 994); CIL II, 4759; Miliari Hispanico 15; CIL II, 4858 (p 995); AE 1994, 1055; Miliari Tarraconensis 108; CIL II, 4870; Miliari Hispanico 130; Miliari Hispanico 367, CIL II, 3588 e CIL II, 4816 iscrizioni con il nome di Quintus Decius Valerianus.
- 1 2 3 Zosimo, Storia nuova, I, 21.1.
- | AE 1895, 56 iscrizione databile al 233 sotto Alessandro Severo.
- | Zosimo, Storia nuova, I, 20.2.
- 1 2 Zosimo, Storia nuova, I, 21.2.
- | CIL III, 4558.
- | Zosimo, Storia nuova, I, 21.3.
- 1 2 Zosimo, Storia nuova, I, 22.1.
- 1 2 3 Zosimo, Storia nuova, I, 22.2.
- | Roman Imperial Coinage, Decius, IV, 29a; Cohen 107.
- | Marta Sordi, I cristiani e l'impero romano, Editoriale Jaca Book, 2004, ISBN 978-88-16-40671-1. URL consultato il 24 marzo 2021.
- | Frend, 2006 cit. p. 514.
- | Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, iv.28.
- | Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, v.29.
- 1 2 Alessandro Barbero: le persecuzioni contro i cristiani, il tempo e la storia. URL consultato il 23 marzo 2021.
- | Gibbon, op. cit., pp. 251-253.
- | Roman Imperial Coinage, Decius, IV, 43 corr. (obv. legend) e pl. 10, 20 (questa moneta e illustrata); RSC 122.
- 1 2 3 Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 2.
- | Giordane, De origine actibusque Getarum, XVIII, 1.
- | Grant, p. 215-217.
- 1 2 Grant, p. 217.
- 1 2 Mazzarino, p. 525.
- 1 2 Giordane, De origine actibusque Getarum, XVIII.
- | Zosimo, Storia nuova, I, 23.1.
- | Zosimo, Storia nuova, I, 23.2.
- 1 2 Zosimo, Storia nuova, I, 24.2.
- 1 2 Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 3.
- | Grant, p. 219.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Fonti primarie
- Aurelio Vittore, Vite dei Cesari.
- Epitome dei Cesari.
- Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica
- Eutropio, Breviarium ab Urbe condita.
- Giovanni Zonara.
- Zosimo, Storia nuova.
- Fonti secondarie
- Santo Mazzarino, L'Impero romano, tre vol., Laterza, Roma-Bari, 1973 e 1976 (v. vol. II); riediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. II)
- Nathan, Geoffrey, "Trajan Decius (249-251 A.D.) and Usurpers During His Reign", De Imperatoribus Romanis
- Marina Silvestrini, Il potere imperiale da Severo Alessandro ad Aureliano in: AA.VV., Storia di Roma, Einaudi, Torino, 1993, vol. III, tomo 1; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (v. il vol. 18o)
- Edward gibbon "Storia della Decadenza e Caduta dell'Impero Romano"
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]- Santi tradizionalmente considerati martirizzati sotto Decio
- papa Fabiano
- santi Abdon e Sennen
- sant'Agata
- santa Anatolia
- sant'Aureliano
- san Babila di Antiochia
- san Basso di Nizza
- san Conone l'ortolano
- san Cristoforo di Licia
- san Dionigi (dubbio, forse sotto Diocleziano)
- san Feliciano di Foligno
- san Fermo
- sant'Isidoro di Chio
- san Massimo d'Aveia
- san Metrano
- san Miniato protomartire
- san Nestore di Magydos
- santa Reparata di Cesarea di Palestina
- san Trifone
- Venanzio di Camerino
- santa Vissia di Fermo
Altri progetti
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
- Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Decio
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Decio, su Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Luca De Regibus, DECIO Imperatore, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1931.
- Decio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- Decio, su sapere.it, De Agostini.
- (EN) Decius, su Enciclopedia Britannica, Encyclopaedia Britannica, Inc.
- (ES) Decio, in Diccionario biografico espanol, Real Academia de la Historia.
- (EN) Decio, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company.
- Certificato di sacrificio, ritrovato tra i papiri di Ossirinco.
- Monetazione di Decio, da Wildwinds.com
| Predecessore | Imperatore romano | Successore | |
|---|---|---|---|
| Filippo l'Arabo | 249 - 251 | Treboniano Gallo, Ostiliano |
| Predecessore | Console romano | Successore | |
|---|---|---|---|
| Lucio Tiberio Claudio Pompeiano, Tito Flavio Sallustio Pelignano |
(232) con ? |
Lucio Valerio Massimo, Gneo Cornelio Paterno |
I |
| Lucio Fulvio Gavio Numisio Emiliano, Lucio Nevio Aquilino |
(250) con Vettio Grato |
Imperatore Gaio Messio Quinto Traiano Decio Augusto III, Quinto Erennio Etrusco Messio Decio Cesare |
II |
| Imperatore Gaio Messio Quinto Traiano Decio Augusto II, Vettio Grato |
(251) con Quinto Erennio Etrusco Messio Decio Cesare |
Imperatore Gaio Vibio Treboniano Gallo Augusto II, Imperatore Cesare Gaio Vibio Volusiano Augusto |
III |
| Controllo di autorita | VIAF (EN) 10649322 * ISNI (EN) 0000 0001 0598 0835 * BAV 495/215862 * CERL cnp00548404 * ULAN (EN) 500372050 * LCCN (EN) n97082538 * GND (DE) 119144948 * BNF (FR) cb17092048g (data) * J9U (EN, HE) 987007260231405171 |
|---|